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50 anni senza Jimi Hendrix: i suoi ultimi giorni raccontati da Enzo Gentile e Roberto Crema

Scomparso a Londra il 18 settembre 1970, Jimi Hendrix rivive nell’ultimo libro del giornalista e critico musicale Enzo Gentile in collaborazione col collezionista Roberto Crema.
“The Story of Life – Gli ultimi giorni di Jimi Hendrix” (Baldini+Castoldi/La nave di Teseo), che contiene la prefazione firmata da Leon, fratello minore di Jimi, ricostruisce l’ultimo mese di vita di Hendrix attraverso documenti, riviste, giornali dell’epoca, le interviste più interessanti rilasciate in quei giorni e la testimonianza di persone che ne avevano condiviso palco, trasferte e tempo libero. Un resoconto minuzioso di spostamenti, incontri, viaggi, esibizioni, quotidianità privata e professionale di un artista ritenuto uno dei massimi innovatori nel campo della chitarra rock. Cosa emerge a 50 anni dalla scomparsa?

Enzo Gentile ha all’attivo tre pubblicazioni su Jimi Hendrix: “Jimi Hendrix” (1990), Jimi santo subito! (2010), Hendrix ’68 –The Italian Experience (2018). Questo è il quarto volume dedicato al chitarrista di Seattle e secondo in collaborazione col collezionista Roberto Crema.
«Dopo il precedente Hendrix ’68, che fotografava un momento storico che nessuno aveva ancora indagato, cioè l’unico tour italiano di Hendrix di cui non esistono filmati o tracce audio complete, abbiamo pensato di replicare la formula in vista di questo anniversario, raccogliendo nuovamente testimoni oculari dell’epoca insieme ad altra documentazione», spiega Gentile. «Lo stimolo è derivato anche dal fatto che entrambi avevamo patito, durante tutta la nostra gioventù e maturità, la versione di Hendrix morto per overdose oppure ucciso da un complotto conosciuto come waterboarding (annegamento controllato), circolato anche nei giorni scorsi – tesi che, da un punto di vista strettamente giornalistico, ci sembrava giusto mettere a tacere.
E niente taglio da rivisitazione critica – aggiunge l’autore – dato che già molte voci, peraltro anche autorevoli, hanno descritto i dischi di Hendrix meglio di come avremmo potuto fare noi: ci siamo piuttosto dedicati alla persona per capire cosa stesse vivendo in quel periodo, cosa diceva, chi frequentava. L’esigenza è stata proprio quella di essere giornalisticamente sulla notizia, evitando i risultati da indagini copia/incolla».

L’argomento del vostro libro mi ha subito simpaticamente richiamato alla mente il film di Carlo Verdone (Maledetto il giorno che t’ho incontrato, 1992), la cui testimonianza tra l’altro compare anche nelle ultime pagine. Rispetto al lavoro sulle fonti di questa oral history avete trovato qualche personaggio alla “Catfish”? Avete raccontato tutto?
«Il film di Carlo, che è anche un caro amico e ci teneva a sua volta a partecipare a questo progetto, è stato a suo modo uno spunto. Quel film è molto piacevole, una fiction però che non si pone come ricerca storica. In ogni caso no, non abbiamo incontrato nessun Catfish, non ci sono gole profonde (sorride). Anche perché credo che tutti quelli che abbiamo interpellato abbiano riportato quello che si ricordano o che hanno visto. E noi abbiamo riportato a nostra volta tutto quello che abbiamo saputo».

Jimi Hendrix, Eric Burdon - Eric Burdon & War | Facebook
Jimi Hendrix ed Eric Burdon

Sulla morte di Hendrix le dichiarazioni che da subito hanno pesato di più sono state quelle di Eric Burdon, leader degli Animals, poi ritrattate più volte negli anni. Perchè? Qualche scoperta a riguardo?
«Era stato accusato di essere stato eccessivo nelle sue dichiarazioni subito dopo la morte di Hendrix, poi la sua versione è stata cambiata, più volte. Forse perché, come ammette lui stesso, all’epoca “la lucidità non era uno dei nostri requisisti”. L’ho incontrato circa un anno fa, ci ho chiacchierato e mi ha spiegato come non ci fosse da parte sua malafede o malizia, anzi di quanto fosse affezionato a Jimi. E poi che conosceva bene le persone che gli erano intorno. Nella concitazione delle settimane successive alla morte di Hendrix, un po’ le interpretazioni giornalistiche, un po’ le traduzioni e un po’ il trasferimento da un taccuino a un giornale hanno dato adito a quelle che sono state effettivamente anche lontane tra di loro come ricostruzioni. Però è anche giusto riportarle, come le tesi complottiste. Non perché ci crediamo ma per completezza rispetto al quadro di questa vicenda».

Il libro presenta una ricostruzione cronologica dettagliata. Tra versioni e ipotesi sulla morte cosa emerge di nuovo rispetto alla “vulgata”? La morte fu effettivamente una fatalità? E la responsabilità dell’allora compagna, Monika Dannemann? Che quadro emerge a 50 anni dalla scomparsa?
«Più che avallare tesi, presentiamo ipotesi. Sicuramente i soccorsi non sono stati dei più solleciti, brillanti e capaci. Considerando però che 50 anni fa le modalità di intervento erano molto più arretrate: non c’erano cellulari per chiamare tempestivamente il pronto soccorso, le ambulanze erano attrezzate in maniera diversa e a bordo il personale poteva al massimo trasportare l’infortunato in barella. Questo è un dato. Qualcuno poi ha sostenuto che almeno uno dei medici era noto per le sue posizioni razziste e quando vide Jimi, senza riconoscere che fosse un noto artista, prese il suo caso un po’ sottogamba, pensando “ecco un altro di quei neri drogati che troviamo nelle strade di Londra”. La stessa fidanzata Monika Dannemann, sia perché tedesca in terra inglese, sia per il suo rapporto con Jimi, veniva fatta oggetto di critiche neanche troppo velate in pronto soccorso. Ciò premesso oggi i soccorsi sarebbero stati diversi, non si rischia più di morire per soffocamento da vomito. Escluderei poi il suicidio o l’omicidio: l’autopsia che riportiamo conferma semmai una serie di malaugurate concatenazioni negative. Oltre a non essere intervenuti subito bisogna anche considerare che Jimi venga trasportato da seduto attraverso una scala a chiocciola e lì sballottato, motivo per cui si troveranno residui nei polmoni… Ci abbiamo studiato e letto tanto, la tesi della disgrazia sembra tristemente tornare. Anche se c’è ancora chi sostiene che sia stato ucciso. D’altra parte c’è ancora chi sostiene che la terra è piatta…»

Per anni è circolata la notizia della morte per overdose di droga: perché?
«Perché per anni è stato comodo puntare il dito contro la cultura rock, una cultura di perdizione, da demonizzare. Ci sono stati evidentemente anche dei morti per droga come Janis Joplin o Jim Morrison e in quei casi la tesi è abbastanza chiara. Allora viene comodo mettere tutto insieme e dire “questo è ciò che produce la cultura del rock, questo è l’indirizzo verso cui i nostri giovani, un po’ in tutto il mondo, rischiano di ritrovarsi”. E allora sì, mettiamoci dentro anche Jimi Hendrix. Detto questo esistono però i referti e l’autopsia, se poi non si vuole credere neanche a quelli…Si potrebbe dire che fu travisata, certo, però da giornalista preferisco basarmi sui dati ufficiali».

E tu che ricordi hai di quel 18 settembre 1970 ?
«Avevo compiuto da poco 15 anni e non ricordo nulla. Possedevo alcuni 45 giri di Hendrix, Hey Joe e Crosstown Traffic, che avevo comprato sulla scorta del gusto di chi ascolta la radio. Chi fosse però esattamente all’epoca Hendrix non lo sapevo e nessuno ce lo raccontava – l’editoria e la stampa specializzata cominciano a farsi strada solo dal 1971. La notizia arrivò a casa mia tramite i giornali – abbiamo inserito quei titoli nell’apparato fotografico di 40 pagine, con alcuni scatti inediti, il testo autografo della poesia The Story of Life scritta poche ore prima di morire, le dichiarazioni dei medici che lo soccorsero, il referto autoptico, il bugiardino del medicinale assunto all’alba del 18 settembre e le scalette degli ultimi concerti. Pensa però quale fosse l’attenzione di quelle cronache che gli davano 24 anni d’età e sostenevano che fosse appunto vittima della droga. Io seguivo un po’ la musica ma non ci tenevo a lanciarmi in questa mischia e i miei genitori non se ne occupavano. Nemmeno la tv e la radio ne parlarono, mentre le poche tracce sui giornali servivano solo a sottolineare che appunto stavamo vivendo una condizione molto pericolosa».

Samarkand Hotel

In questa occasione, o precedentemente, hai avuto modo di recarti al Samarkand Hotel di Londra?
«Sono stato a Seattle al museo e alla tomba, a Londra è stato Roberto. In quella camera è stata realizzata una piccola mostra, ora smantellata. Ad oggi non so se sia visitabile o sia possibile riconoscere l’indirizzo di quella stanza solo dall’esterno».

In una festa agli Electric Lady Studios, Hendrix aveva raccontato di voler far suonare musicisti da tutto il mondo alla ricerca di una strada comune. Nell’ultima intervista parlava di una nuova musica ispirata a Strauss, per non parlare dell’incontro con Miles Davis: “Di sicuro non sono diretto verso la musica di massa”. Nel libro auspica persino che si suoni al suo funerale, ma “non la musica dei Beatles”. Da queste dichiarazioni e dai materiali postumi in nostro possesso possiamo ricostruire, non dico le mete ma almeno le direzioni musicali di Hendrix?
«Hendrix aveva alle spalle nutriti ascolti di jazz e musica classica. Nella sua personale raccolta di dischi c’erano John Coltrane e Wagner o Mozart. Dal jazz era stato sicuramente calamitato però non era in grado di suonarlo: un po’ per il tipo di formazione che aveva con la sua band, un po’ perché non sapeva leggere e scrivere la musica. Colmare quanto prima questa lacuna era un suo desiderio, avrebbe fatto le sue prime lezioni una decina di giorni più tardi a New York, dovendosi recare là anche per sistemare alcune questioni nei suoi studi e recuperare nastri. La world music non esisteva ancora ma c’era un’evoluzione in corso: dopo un soggiorno in Marocco era rimasto molto colpito dalle musiche locali, quelle che avevano interessato anche Brian Jones. C’era sempre in lui questa tendenza o possibilità verso musiche altre. Cosa avrebbe partorito? Non lo sappiamo: esistono però registrazioni dove Hendrix è chitarrista ritmico, orientato più alla composizione che al virtuosismo, con esiti a volte vicini alla musica orchestrale, in alcuni casi al rap. Avrebbe voluto imparare anche a cantare con uno stile vocale volto a integrarsi diversamente nella sua musica».

Portrait of American musician Jimi Hendrix , South African-born... News  Photo - Getty Images
Jimi Hendrix agli Electric Lady Studios

Aveva suonato anche con John McLaughlin, che a sua volta seguirà un percorso in quella direzione.
«Esistono anche nastri di McLaughin e Hendrix ma credo che non saranno mai pubblicati. McLaughin li ha in suo possesso ma è riluttante e peraltro la sorella di Jimi non lo consentirebbe. Esiste ancora tanto materiale che non conosciamo e che verosimilmente resterà in un archivio segreto».

Perché?
«Perché evidentemente in quelle registrazioni qualcuno non è nella condizione migliore di essere rappresentato. Perché pubblicare la brutta copia di un grande libro? Anche se poi è diventato il capolavoro che conosciamo significa che è stato verosimilmente corretto tante volte al punto da eliminare ogni strafalcione o scarto. E gli scarti non sono edificanti».

A tal proposito, nel libro si parla anche dettagliatamente della gestione dell’immagine: la sorella Janie ha accennato a un probabile film su Hendrix.
«Non avendo sfruttato la ricorrenza dei 50 anni dalla morte, può essere che stiano puntando all’anniversario degli 80 anni dalla nascita, nel 2023: per quella circostanza potrebbero pubblicare un film biografico, comprensivo di diritti per le musiche. Potrebbero…perché, avendo conosciuto Janie e letto tantissimo della sua vita, mi risulta difficile pensare a un progetto che possa essere dato in mano a un regista che pretenderebbe licenza narrativa, come poteva essere stato a suo tempo Oliver Stone per il film su Jim Morrison. Alla luce di una protezione maniacale vedo difficile che Janie e la sua fazione possano dare carta bianca in questo senso, non so quindi che film potrebbe venir fuori».

Foxy Lady live at Maui, Hawaii, 1970

Una protezione d’immagine però in certi casi contraddittoria se pensiamo alla Dagger Records, etichetta autorizzata e specializzata in bootleg su Hendrix. Cosa che fa pensare all’esistenza di registrazioni sterminate. Qualche prossima novità a riguardo?
«Si tratta di bootleg autorizzati al solo scopo di documentare un certo periodo storico, nonostante, specificano loro stessi, alcune registrazioni non abbiano lo standard di qualità ufficiale. Ho avuto modo di ascoltare qualche incisione del concerto di Bologna e di Roma, che effettivamente potrebbero anche essere pubblicate ma chi le ha in mano non si è accordato con la fondazione Experience. Molti altri invece li hanno ceduti e alimentano queste pubblicazioni-fiume. Alcune sono di buona qualità: la prossima dovrebbe riguardare il concerto alle Hawaii (1970) – curiosamente proprio il periodo da cui partiamo nel libro – e pare sia un ottimo lavoro».

Jimi Hendrix dal vivo alla Royal Albert Hall nel 1969. Il filmato dell’esibizione è ufficialmente ancora inedito.

E tra le prossime pubblicazioni video invece ci sono indiscrezioni?
«Probabilmente vedrà la luce il concerto alla Royal Albert Hall: pare siano arrivati a un accordo sui diritti, è stato presentato l’anno scorso in un evento dal vivo. La qualità sembra eccellente».

Il libro ripercorre anche la battaglia legale per l’eredità. Si parla anche dei figli di Hendrix: qual è il loro ruolo a riguardo oggi?
«Arrivarono a un accordo con il padre, Al Hendrix, quando però era già morto. Gli avvocati consigliarono di chiudere la partita prima che fosse troppo tardi, quindi si trovò un accordo economico. Qualcuno disse che gli andò qualcosa come un milione di euro, in modo che non avessero da reclamare nessun provente successivamente».

Parlando di eredi musicali invece, perché non è più esistito un altro Hendrix? Avendone rivoltato come un calzino vita, morte e miracoli (musicali), quale credi sia la caratteristica che lo ha consacrato alla storia della musica?
«Era una persona molto curiosa, assetata di musica. E suonava sempre. Basta constatare la mole di pubblicazioni ancora oggi: innumerevoli take in studio e prove del suono dal vivo venivano registrate e fortunatamente conservate. Evidentemente qualcuno aveva capito quanto valeva quella materia. A differenza di altri casi come Janis Joplin, coetanea e che ha avuto una carriera lunga lo stesso tempo ma di cui non è rimasto quasi nulla. Jimi era una persona generosa: viene scoperto in un club di New York dove suona ogni sera, accompagnando chiunque. Ed è una caratteristica che lo caratterizza per tutta la vita. Suona anche l’ultima notte prima di morire. C’è la cifra del desiderio, della passione, della curiosità che lo ha animato per tutta la vita e che quindi, anche a livello di ricerca, diventa fondamentale. Non si accontentava di quello che poteva fare, voleva cambiare musica perché intuiva che c’erano limiti da poter superare. Altri musicisti hanno avuto la stessa febbre, però lui ha avuto anche la capacità istintuale di ritrovarsi le persone giuste intorno. Gli Experience o altre formazioni non erano magari dei mostri, ma insieme a lui erano un meccanismo perfetto».

Are You Experienced - Wikipedia
Are you experienced? (1967)

«E se pensiamo al lavoro fatto in studio di registrazione – continua Gentile – bisogna ricordare che all’epoca esistevano solo 4 piste: dischi come “Sgt.Pepper’s Lonely Heart Club Band” dei Beatles o il suo “Are you Experienced?” (entrambi del 1967) venivano registrati in condizioni di cui oggi neanche il peggiore dei musicisti si potrebbe accontentare. E allora? Vuol dire che esiste qualcosa di superiore proprio a livello di concept. E questo lo rende unico: la ricerca di un suono che oggi qualsiasi pedaliera ti restituisce ma che all’epoca si poteva appoggiare solo a un pedale, una levetta sulla chitarra e poi le sue dita. Non c’era altro. Si poteva lavorare sull’amplificazione Marshall, dal vivo funzionava. Se ascolti il primo disco in studio però non si capisce come sia stato concepito, ma è stato fatto: non c’è nessun trucco o manipolazione».

Hendrix è il protagonista assoluto ma paradossalmente anche il grande escluso di questo libro. Cosa avresti voluto chiedergli, se avessi potuto?
«Mi sarebbe piaciuto chiedergli della sua crescita e formazione negli anni del rhythm and blues quando suonò molto con Little Richard. C’è una lunga lista di artisti con i quali lui suonò in studio ma nei 45 giri dell’epoca, come altri colleghi, non era stato accreditato. In quei dischi si segnalava l’arrangiatore ma non il chitarrista di fila. Ce ne sono alcuni, come gli Isley Brothers, con i quali sappiamo che suonò per certo, con altri nelle retrovie. Gli avrei chiesto che cosa gli avesse suggerito quell’esperienza. Da quella fonte, principalmente black, a mio avviso ricavò anche la dimensione spettacolare sul palco. Il suo essere cioè un performer anche visivo, nonostante una persona timida e molto molto contenuta fuori dal palco. Avrei voluto sapere di quelle serate, di cui fa cenno George Benson che frequentava lo stesso circuito. Di quel periodo, pur nelle tante interviste che Hendrix ha rilasciato, c’è abbastanza poco».

Prima di morire stava progettando un tour mondiale per il 1971 e aveva avuto un buon ricordo di Roma: sarebbe tornato in Italia?
«Penso di sì. Girava tanto e avrebbe anche voluto prendersi un riposo sabbatico, ma dubito che con il giro di affari che creava glielo avrebbero concesso. Un tour lo avrebbe riportato da queste parti perché effettivamente – lo dicono le persone che avevo consultato anche per il libro precedente – aveva veramente un ottimo feeling con i musicisti con cui aveva fatto una session nel club Piper di Roma. A Roma aveva fatto buon pubblico e sicuramente il festival e il film di Woodstock avrebbero prodotto ancora più curiosità. Quindi diciamo che potenzialmente sì, sarebbe tornato. Presentando con buona probabilità i brani dell’album in lavorazione poi diventati quelli di “First Ray of The New Raising Sun” (1997)».

Spazio70 - Roma, 24 e 25 maggio 1968. Al Teatro Brancaccio... | Facebook
Jimi Hendrix dal vivo a Roma,
24 maggio 1968

Cuore del libro è anche il capitolo di sintesi sulla cronaca mondiale del 1970.
«Dopo una breve introduzione, diario, ultimi giorni, morte, funerale, eredità, risulta chiaro ciò che ha riguardato la sua esistenza e la sua fine, per cui spieghiamo che cosa c’era intorno. Anticiparlo avrebbe già indirizzato un giudizio. Invece partiamo da una verità oggettiva e poi riportiamo i commenti di artisti e testimoni. E quella è una forma di commento: una ricerca per raccontare cosa accadeva nello stesso momento nella musica italiana. Posso sostenere tante tesi ma se mettiamo in parallelo che cosa è successo nello stesso periodo in Italia, negli Stati Uniti e in Inghilterra, senza esprimere un giudizio, si capisce il motivo per cui uscirono certi articoli di giornali, tra arretratezza e ignoranza. Era quella l’acqua in cui si sguazzava. Un’acqua piuttosto statica, stagnante, tossica. E questo spiega molto circa il ritardo rispetto a certe evoluzioni musicali nel nostro paese. Se guardi ad esempio ai gruppi che nascono nel 1970, in Inghilterra ci sono i Queen, negli Stati Uniti gli Aerosmith e in Italia i Cugini di Campagna e i Vianella, mentre il prog italiano si affermerà solo uno o due anni dopo: qualcosa vorrà dire? Dobbiamo tenerne conto quando facciamo qualsiasi ragionamento».

Il libro si conclude poi con una serie di testimonianze di personaggi con il loro curioso punto di vista “hendrixiano”: George Benson, Eric Burdon, Paolo Fresu, Pat Metheny, Franco Mussida, Beppe Severgnini, Fabio Treves, Carlo Verdone. E poi un interrogativo: dopo un volume tanto esaustivo, cosa si può aggiungere o che altro obbiettivo di ricerca ci si può dare su Hendrix oggi?
«Gli spunti potrebbero venire dall’archivio di Roberto al quale ha dedicato una vita, una mole di materiale che non potrebbe entrare in un libro solo. Raccontare ancora qualcosa mi riesce difficile, però mai dire mai. Ci sarebbe ancora da dire sulla ricostruzione di alcuni periodi, fasi e stagioni che sarebbe bello indagare col principio della oral history, raccontati da chi c’era. L’ho fatto anche con un libro su De André: pur mettendo inevitabilmente qualcosa di tuo per le domande che fai e le persone che scegli, si indaga però su qualcosa di vero e non di supposto. E francamente potrebbe essere una chiave di lettura da applicare anche ad altri argomenti. La mia passione su Hendrix resta inestinguibile, però non vorrei neanche stancare. Come lui aveva cambiato musica, io potrei anche cambiare soggetto (sorride)».

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